Smetti di nuotare in piscina: 7 lezioni rivoluzionarie di Jacques Lacan per cambiare prospettiva sulla vita
1. Introduzione: Il paradosso del controllo nel cuore della notte
C’è una rassicurazione letale nel perimetro azzurro di una piscina. I bordi sono definiti, l’acqua è trasparente, il fondo è sempre visibile e rassicurante. Molti di noi trascorrono l’intera esistenza cercando di trasformare la vita in una vasca olimpionica: tutto deve essere sotto controllo, programmato, vigilato. Ma questa sicurezza è una prigione di vetro. In una lezione notturna — un orario che Massimo Recalcati definisce “freudiano”, evocando la scrittura di Sigmund Freud tra statue antiche e spettri di pazienti — emerge la sfida di Jacques Lacan. Mentre Freud amava il notturno, Lacan apparteneva alla luce del mattino, a quel rituale di tuffarsi nudo in acqua per risvegliare il pensiero. È in questo contrasto che nasce una domanda capace di scuotere il torpore dell’Io: la tua vita è un atto di singolarità o è solo il plagio meticoloso di parole altrui? Per rispondere, occorre abbandonare la banchina e tuffarsi dove l’acqua è più profonda.
2. La Scuola non serve per accumulare, ma per “scollarsi”
Il termine Écol (scuola) nasconde un gioco di parole rivelatore: Lacan vi leggeva la col (colla). Ogni istituzione rischia di diventare un esercizio di incollamento. In università spesso viene premiato lo studente che meglio “plagia” il maestro, colui che ripete con più fedeltà un sapere morto. Ma la vera didattica non è distribuzione di informazioni; è ciò che Louis Althusser definiva “effetto-soggetto”. Il compito della scuola è il décollage: lo scollamento. Si passa attraverso la colla delle tradizioni e dei maestri, ma solo per imparare a staccarsene. “La scuola realizza se stessa pienamente solo se produce un decollage… rendere possibile per il soggetto una parola propria.” Questo processo non avviene attraverso il conflitto o il rinnegamento, ma attraverso la gratitudine. Recalcati ci insegna che la gratitudine è la modalità più nobile del lutto: è ciò che permette a un legame — col maestro o con i genitori — di realizzarsi pienamente proprio nel momento in cui si scioglie. In un’epoca di conformismo digitale, diventare un soggetto capace di una parola propria è l’atto più sovversivo che si possa compiere.
3. L’inconscio non è un mostro, è un raffinato poeta
Dimenticate l’immagine freudiana dell’iceberg come massa oscura di istinti criminali e passioni selvagge. Lacan rivoluziona questa visione: l’inconscio non è il luogo del barbaro, ma è “strutturato come un linguaggio”. È un soggetto colto, un poeta raffinato che usa la ragione per servire la verità. 1L’inconscio non balbetta; comunica attraverso frecce che arrivano dirette al bersaglio. Consideriamo la differenza tra queste due visioni:
- L’Inconscio-Iceberg: Un calderone ribollente di pulsioni cieche, un’anima cainesca senza legge.
- L’Inconscio-Linguaggio: Una “lettera che arriva a destinazione”, una ragione altra che svela la nostra verità attraverso giochi retorici.
Un esempio folgorante è il lapsus di una donna stizzita per la depressione del marito, che lo vede “otturato” nel desiderio e nell’azione. Mentre chiede aiuto per un lavandino intasato, invece di chiedere la “Giagara” (un disgorgante), invoca il “Viagra”. Non è un errore banale; è l’inconscio che, con un’ironia tagliente, rivela esattamente ciò di cui avrebbe bisogno per sturare il desiderio di quell’uomo.
4. Fare amicizia con il Mare del Nord: oltre il controllo ossessivo
Freud paragonava l’analisi alla bonifica olandese: l’Io deve costruire dighe per contenere l’impetuosità del Mare del Nord (l’Es). Ma Lacan si chiede: e se quel mare fosse una risorsa? Se il compito dell’analisi non fosse costruire bastioni, ma imparare a nuotare in mare aperto? La “piscina” è la metafora della nevrosi ossessiva. Recalcati racconta di un paziente che nuotava solo in piscina, terrorizzato dal mare aperto dove le alghe e i vortici gli causavano crisi di panico. L’origine di quel terrore era una memoria d’infanzia: il bambino, camminando mano nella mano con la madre, l’aveva sentita parlare al telefono con un amante. Aveva scoperto che la “madre” era anche una “donna” con un desiderio inappropriabile. Subito dopo, un’onda vera lo aveva travolto, facendogli perdere la mano della madre. In quel momento, la forza marina del desiderio della donna aveva spezzato il legame protettivo. Il mare era diventato il simbolo del desiderio dell’Altro, imprevedibile e ingovernabile. Fare analisi non significa “provare a mettere il mare in una piscina” tramite il controllo vigilante, ma fare amicizia con quell’alterità, accettando che la vita sia ricca proprio perché non è del tutto nostra.
5. Il passato non è un destino: la potenza della riscrittura
Esiste una differenza abissale tra l’inconscio “archeologico” e quello “storico”. Se il primo vede il passato come un deposito fisso di traumi che ci determina come un peso al collo, il secondo — influenzato da Heidegger e Sartre — sostiene che è il “dopo” a determinare il “prima”. La parola presente ha il potere di risignificare retroattivamente ciò che è accaduto. Come la presa della Bastiglia diventa un evento epocale solo per ciò che i rivoluzionari hanno fatto dopo, così la nostra storia cambia a seconda di come la raccontiamo oggi. “Il nostro compito è darci a posteriori il proprio passato.” (Friedrich Nietzsche) In analisi, un padre che per anni è stato ricordato come un “orco spietato” può trasformarsi, attraverso la parola, in un “uomo angosciato”. Il passato non è cambiato nei fatti, ma è cambiato nel suo essere: la parola lo ha fatto esistere in modo nuovo. Non siamo l’esito deterministico del nostro passato; siamo la storia che decidiamo di scrivere.
6. L’unico vero peccato è tradire il proprio desiderio
Per Lacan, l’etica non ha nulla a che fare con la morale tradizionale. L’unica vera colpa è indietreggiare davanti alla propria vocazione. L’inconscio è un “colpo alla porta” che ci chiama, che ci sveglia dal torpore per chiederci di seguire il nostro desiderio. Recalcati evoca la parabola evangelica del giovane ricco. Gesù lo guarda e “lo ama” perché ha seguito tutti i precetti (ha vissuto perfettamente “in piscina”). Ma poi gli chiede il passo decisivo: “Seguimi”. Di fronte all’invito a lasciare le sicurezze per il mare aperto del desiderio, il giovane si rattrista e indietreggia. L’imperativo lacaniano è un’eco di questa chiamata: “Hai tu agito in conformità al desiderio che ti abita?”. Chi cerca di conservare la propria vita nella teca della disciplina e del calcolo securitario finisce per perderla. Chi accetta di “perderla” per causa del proprio desiderio, la trova davvero.
7. Conclusione: Verso una vita che non ha paura della vita
Il messaggio finale è un invito al coraggio della singolarità. Uscire dalla piscina significa smettere di temere l’illimitatezza della vita e l’inesorabilità della morte. La vera libertà non nasce dal conflitto, ma da quel “décollage” grato che ci permette di onorare i nostri maestri e i nostri genitori proprio mentre ci separiamo da loro per diventare noi stessi. Vivere in conformità al proprio desiderio significa trasformare l’esistenza in un atto unico. Quando smettiamo di usare le parole degli altri come uno scudo, iniziamo finalmente a pronunciare la nostra verità. Solo allora, nuotando nel Mare del Nord senza il bisogno di dighe, scopriamo che la forza che temevamo è la stessa che può portarci ovunque.